giovedì 29 marzo 2018

IMPASTIAMO EMOZIONI : LA RICETTA DELLA TARTE DI FRAGOLE



Mettere  le mani in pasta; c’è qualcosa di più catartico di sprimacciare un impasto affinché si amalgami bene insieme e diventi unito, bello e morbido ?! Toccare con mano il burro freddo che si incontra con i granelli di zucchero e ammorbidirli insieme, fare da mediatore, così che possano diventare amici e creare un qualcosa di magico. Poi arrivano le uova, biologiche e allevate a terra, quelle si che danno tutto un altro sapore alla frolla ! La farina e il panetto che a poco a poco si compie. Ah, e non vogliamo dimenticarci della vaniglia! Il mio aroma preferito. Non c’è frolla che non venga bagnata da poche gocce di estratto; anche quello fatto in  casa. E poi le mani, a completare l’opera..  il profumo deve arrivare al cuore del prodotto .    Poi come sempre interviene mamma; che insiste affinché la frolla incontri la zeste di limone, perché lei è classica e la nonna le ha insegnato così.

E così che si impastano emozioni, che si lavano fragole e che si ride un po’. Una tarte da fare insieme, perché deve piacere un po’ a tutti; deve fare  bene a tutti!. Una frolla morbida che incontra il gusto di vivace della crema pasticcera; fragole alla fine per far sbocciare questo fiore, dopotutto siamo a Primavera.
E conoscete modo migliore per salutare un mese che se ne va?! Io non credo. Una fettina di questa delizia e passa la paura, insieme ai malumori che ogni tanto ci oscurano il nostro viso sorridente.

Allora ciao Marzo, grazie di essere passato per di qua, di essere entrato ancora una volta nelle nostre vite e di averci insegnato la bellezza della rinascita. Di averci fatto capire, ancora una volta, che non è vano sperare e che prima o poi tutti i nostri sogni potranno essere conquistati.

Buona Primavera a tutti. Buona Pasqua. Buona Rinascita.

venerdì 23 marzo 2018

TORTE DA CREDENZA: LA RICETTA DELLA TORTA MARGHERITA LA CACAO



Ultimamente sto adottando un modo di vivere decisamente più “slow” e tenero; un metodo che possa portarmi a fine giornata senza stress, ma soprattutto, con il sorriso di chi le sue ventiquattro ore se le è proprio godute. Un saper vivere che possa ogni giorno portare un pizzico di emozione in più, un battito di cuore pieno di meraviglia, che possa portarmi ad essere sempre soddisfatta di me! Per arrivare fino a qui, che sia punto di arrivo o di una nuova partenza chissà?!; sono dovuti passare  anni di sensi di colpa, per la mia agenda sempre piena che non riusciva ad incastrare tutti gli impegni giornalieri, di pianti isterici perché avevo mille idee che mi frullavano in mente, ma che con il poco tempo ( di una disorganizzata cronica come me,aggiungerei)  non riuscivano a trovare una collocazione nello spazio temporale e tutto ciò che la fretta lasciava, non era che una manciata di caos nella mano destra.

Come stavo dicendo, ho avuto un passato pieno di nervi a fior di pelle e “scatole piene” perché sentivo che nulla andava mai come io volessi che fosse. Partendo dalla mia vita. Ed ora che mi ritrovo, con una tazza di caffe nero e lungo in mano, a guardarmi un po’ indietro, alla soglia dei miei ventuno anni; capisco che in tutto il quadro generale forse un po’ sbagliata ero io. Mi sono sempre abituata a chiudermi con una corazza dalla realtà che mi circondava, non volevo che essa potesse scalfire me, che avevo altri sogni, che avevo bisogno nuove emozioni totalmente diverse da quelle il sole illuminava davanti a me ogni giorno. Nella mia biografia del blog scrivo: “….sogno la quotidianità in città!” ; ed è questo che ho sempre desiderato fin da bambina. Cercare altrove, nuovi orizzonti, nuovi modi di vivere, sognando e continuando a desiderare, provando e continuare a sbagliare; senza che potessi aprirmi veramente alla realtà che mi circondava, che tutto ora mi circonda ogni singolo giorno, ogni singolo momento. 
. Non so bene cosa sia successo, ma un bel giorno ho ripreso ad osservarmi intorno. Vicino, accorgendomi piano piano di piccole sfumature che il mio occhio miope non è riuscito a notare troppo nettamente. Ho iniziato a riscoprire i sapori vecchi, a descrivere ode su odi alle abitudine familiari di tutti i giorni, ho iniziato a riconoscermi tra le piccole quattro mura di casa, nella campagna circostante, nella amica fidata di ogni venerdì sera. Ho riscoperto la magia di tenere un po’ di tempo per se, per rilassarsi in un vasca piena d’acqua bollente la sera o con una tazza di tè agli agrumi. O ancora tra le pagine consunte di libri ormai vecchi, che siano ricettari e non. Sto riscoprendo cosa significa avere cura di qualcosa, persona o gatto che sia. Sto riscoprendo la magia dell’impastare lento e prestare attenzione.

Mi sono guardata un po’ alle spalle, tra i ricordi della mia infanzia, quando la mamma una sera a settimana si prendeva del tempo per se in cucina, per poter sfornare con amore meraviglie che potevano essere inzuppate nel latte caldo l’indomani, da me e mia sorella. Quelle torte altissime e morbidissime, comunemente chiamate “torte da credenza” ma che da mamma Cristina venivano soprannominate (e tutto ora) “dolci per il caffè”. Perché se insieme alle uova maneggiava con cura i sentimenti verso di noi, così che il pomeriggio dopo potevamo sporcare le grandi fette con una spalmata di nutella; é anche vero che al momento di aggiungere la buccia grattugiata di limone fresca , la sua essenza preferita, si ricordava con uno sguardo tenero di mio padre e del suo momento preferito, quello dello inzuppo nel caffè, mentre lentamente con una notizia dal telegiornale e uno sguardo fuori dalla finestra, iniziava la sua nuova giornata. E ricordando tutte quelle sere passate a infornare e osservando oggigiorno le stesse medesime mosse per portare a tavola le stesse medesime torte, beh qualcosa mi si è rotto dentro e una lacrimuccia è scesa a rigar la guancia. Una nuova consapevolezza è sbocciata in me, questo posto è casa mia e la biografia prima o poi la cambierò, perché quei desideri di bambina non mi stanno più bene addosso. Sto diventando donna, con nuovi pensieri e nuove prese di posizione. Sto crescendo quando mi ritrovo nei gesti di mia madre per poter portare in tavola di un giorno comune qualcosa che con pochi ingredienti, semplici e bio, possa rendere la vita un po’ più straordinaria di quello che è. La mia torta da credenza è pronta per essere inzuppata nel caffè, che ormai sono cresciuta e il latte non mi basta più. La torta margherita al cacao. La ricetta è per voi. Leggete, condividete, cucinate.

martedì 13 marzo 2018

DIETRO LA RICETTA: RACHEL KHOO E LA SUA CUCINA PARIGINA


Solo una volta ho avuto il piacere di volare a Parigi per poi perdermi tra strade affollate e gusci di macaron croccanti. Una sola volta, e cinque giorni, per potermene innamorare. 
La prima cosa che mi ha colpita è sicuramente stata la lingua, quel ‘erre’ moscia pronunciata da labbra ricamate da un bel rossetto rosso. 
La seconda, la multietnicità leggera e ben assemblata che si respirava tra le vie e nei café, insieme al quel profumo di sfogliato tipico dei pain au chocolat
Poi, in terza posizione naturalmente abbiamo,  la tour effeil, le jardin de luxembourg avec le louvre e tutti i palazzi ricamati che sano tanto di chic.  

Al termine di quei cinque giorni, con gli occhi luccicante e la macchinetta fotografica in fiamme ( per quante scatti avevo rubato), al centro del quartiere latino mi feci una promessa: ritornare al più presto , per fare incetta di burro, tarte meringuè e quant’altro che questa città potrà offrire in futuro. 
Da quella promessa, da quel momento con basco rosso bordeaux, freddo, vento, dita e intrecciate con fare speranzoso, sono passati quattro anni. E così ad ogni febbraio, mi ritrovo con le dita incrociate e a sussurarmi in modo gentile: “appena ci sarà l’occasione” . E se anche l’occasione di ritornare a Parigi potrebbe esserci stata, ancor in qualche modo non mi sentivo pronta per ritornare nel luogo dove il mio piccolo cuore fu stato rubato.
Il mio subconscio mi ha sempre bisbigliato che dovevo attendere, che  non era ancora arrivato  l’anno giusto. Non so bene per quale motivo, visto che la voglia di ritornarci è tanta; ma forse manca davvero ancora qualche tassello di puzzle nella mia vita per far sì che io possa tornare completa, con l’emozione giusta, con la carica esatta per poter godere fino in fondo della città;  meglio dell’ultima volta. 

Come sapevo che non era il momento giusto , nel 2013, quando in libreria mi ritrovai a sfogliare un libro blu, con scritte in rosso e ricette semplice e ben spiegate. Rimasi ammaliata da quelle trecento pagine, ma lo rimisi a posto; il cuore mormorava che non era l’ anno giusto per poter acquistare quel abecedario culinario.
Il ricettario in questione, è quello di Rachel Khoo (blogger inglese, che come me, si è innamorata follemente di Parigi , tanto che con poche pretese a riempito una valigia e ci si è trasferita) “La piccola cucina parigina” memorie di buon cibo e tanto burro, che vuole far ricredere al mondo la cucina francese sia solo gourmet e per chef stellati.

Ma ritornando alla storia che vi stavo raccontando, quel pomeriggio in libreria, uscì da sola senza nessuna busta della spesa sotto braccio, proprio perché sentivo che non era il mio momento, o meglio dire il nostro (mio e di Rachel ). Passarono anche qui quattro anni , insieme alle stagioni e alle mode; per arrivare in una mattinata calda di primavera con il pc in modalità ricerca, che venivo catapultata in un mondo di rosa e leggerezza. “Perfetto per me” –esclamai, fino a quando una fotografia mi fece capire tutto. Il bellissimo angolo chic era del omonima blogger, la stessa graziosa personcina che mi aveva ammaliato in libreria. Scoprii altre pubblicazioni, sue ricette, il suo modo di raccontarsi carino e gentile, il suo magazine; fino a diventare una delle sue più grandi lettrice e sostenitrici. 
Dai germogli in primavera, passiamo alle zucche per halloween fino ad accendere candele per santa lucia e a cucinare insieme a lei Kannellbur e ha profumare l’aria di cannella. Arrivo, come tutti gli anni, il momento dei regali e mentre continuavo a spulciare tutti i suoi progressi, come una vera e propria stalker, capii che era arrivato il momento giusto. “La piccola cucina parigina” doveva essere mia. E anche se lei aveva scritto tantissimi altri libri, forse anche migliori del primo, io sapevo che dovevo iniziare questa nuova collezione da lì. Da quell’inverno 2013. Dalla stessa piccola libreria.
Non ci pensai due volte, cappotto in spalla e andai ad ordinare la mia copia. 
Altri due mesi, di attenta lettura e riflessione, che alla fine presi coraggio per il prossimo passo da compiere. Il passaggio successivo sarebbe stato provare una ricetta. Volevo qualcosa di buono e semplice, dopo così tanti anni non volevo che tutte le mie aspettative venissero fregate da un piccolo errore di grammature. Non sarei mai riuscita a perdonarmi se qualcosa, in  quella mezz’ oretta di preparazione, fosse andato storto. Così passò un'altra settimana di incoraggiamenti allo specchio, ogni mattina in cui mi dicevo “ fede , puoi farcela” “fede è il tuo momento!” “fede, manca cosi poco per poter completare il puzzle che avevi iniziato anni fa”..

Alla fine arrivò il pomeriggio perfetto; insieme al gelato al caffè che avevo fatto fuori poco prima, in barba alla dieta. Presi un arancia matura, il limone di nonna e del burro fresco che mi decisi a comprare quella stessa la mattina, appena uscita dal lavoro. Uova, zucchero e farina. Avevo tutto. La “ quatre-quarts aux agrumes” poteva andare in forno.

La magia poteva compiersi. Il mio cerchio poteva chiudersi. Il puzzle era completo. La cucina pronta ad accogliere nuovi profumi e sfumature di dolcezza. Allacciai il grembiule e seguii alla lettera le indicazioni di mademoiselle Khoo che sussurrava...

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